Negativity bias: perché vediamo prima il negativo (e come insegnare ai bambini a vedere il bello)

Ti è mai capitato di chiudere una giornata piena di momenti belli e ritrovarti a pensare solo all’unica cosa andata storta? Un capriccio al supermercato. Una frase detta male. Un compito finito in lacrime. Non sei tu a essere pessimista è il tuo cervello che fa esattamente il lavoro per cui è stato costruito.

Cos’è il negativity bias?

Il negativity bias è la tendenza a dare più peso alle informazioni negative rispetto a quelle positive. Le notiamo prima, le ricordiamo meglio, ci influenzano di più.

Non è un’opinione. Nel 2001 Roy Baumeister e colleghi hanno pubblicato una revisione della letteratura diventata un classico, dal titolo eloquente: “Bad is stronger than good”. Analizzando studi su emozioni, relazioni, apprendimento, memoria e genitorialità, hanno trovato lo stesso schema ovunque: a parità di intensità, il negativo pesa di più.

C’è però un dettaglio prezioso nella loro conclusione. Il bene può comunque vincere, ma per “superiorità numerica”: servono tanti momenti positivi per bilanciarne uno negativo. Tienilo a mente, ci torniamo.

Succede anche ai bambini? Sì, e prestissimo

Da terapista che lavora con bambini e famiglie, questa è la parte che trovo più interessante.

Secondo una revisione pubblicata su Psychological Bulletin da Vaish, Grossmann e Woodward, il negativity bias potrebbe comparire già nella seconda metà del primo anno di vita. I neonati più piccoli sembrano anzi mostrare una preferenza per il positivo: è crescendo che il cervello comincia a dare priorità ai segnali di pericolo.

Lo si vede bene nel cosiddetto social referencing: davanti a qualcosa di nuovo, il bambino guarda il volto dell’adulto per capire se è sicuro. E un’espressione preoccupata tende a frenarlo molto più di quanto un sorriso lo incoraggi.

Il motivo è evolutivo. Perdere un’occasione si recupera; farsi male, spesso no. Quindi conviene ascoltare di più il segnale d’allarme.

Vedere il positivo si può allenare

Se il negativo arriva da solo, il positivo va cercato. E qui la ricerca porta buone notizie.

In uno studio di Emmons e McCullough (2003), alcuni partecipanti annotavano regolarmente le cose per cui si sentivano grati, altri le seccature o eventi neutri. I gruppi “gratitudine” hanno mostrato più benessere su diverse misure, in modo più solido sull’umore positivo. Una ricerca successiva ha trovato risultati simili anche nei ragazzi più giovani.

Non è una formula magica e gli effetti sono moderati. Ma dicono una cosa importante: dove mettiamo l’attenzione cambia come stiamo.

Perché valorizzare il positivo fa crescere

La psicologa Barbara Fredrickson ha proposto la teoria broaden-and-build: le emozioni negative restringono lo sguardo sul problema (utile, se c’è davvero un pericolo), mentre quelle positive lo allargano.

La gioia spinge a giocare, l’interesse a esplorare, la serenità a gustarsi e integrare quello che si vive. E da queste esperienze, ripetute nel tempo, si costruiscono risorse che restano: fisiche, cognitive, sociali, emotive.

Per un bambino significa una cosa molto concreta. Più momenti di gioia condivisa, più terreno fertile per esplorare, provare, sbagliare e riprovare.

Cosa possiamo fare in famiglia

Non si tratta di essere sempre positivi o di negare le difficoltà. Le emozioni difficili vanno accolte, sempre (su come accoglierle davvero, senza reprimerle né minimizzarle, ho scritto nell’articolo come accogliere le emozioni). Si tratta di dare al positivo lo spazio che da solo non si prende.

Qualche idea semplice:

  • La domanda della sera. Prima di dormire: “Qual è stata la cosa più bella di oggi?”. Rispondete tutti, adulti compresi.
  • Nominare quello che va. “Hai aspettato il tuo turno anche se era difficile” vale più di cento “bravo”. Descrivere quello che vediamo aiuta il bambino a vederlo a sua volta.
  • Assaporare. Quando succede qualcosa di bello, fermarsi un attimo. “Senti che profumo questa torta?”. Allungare il momento lo fa sedimentare.
  • Il riassunto giusto. Se la giornata ha avuto un momento difficile, raccontarlo pure. Poi chiedersi: “E cos’altro è successo oggi?”.
  • Guardare noi per primi. I bambini imparano dove guardare seguendo il nostro sguardo, prima ancora delle nostre parole.

Ricordi la “superiorità numerica”? È proprio questo: non cancellare il negativo, ma circondarlo di tanti piccoli momenti belli, notati e condivisi.

In breve

Vedere il negativo è umano, antico e utile. Vedere il positivo è una competenza, e come ogni competenza si allena, un giorno alla volta.

Se vuoi ricevere riflessioni come questa direttamente nella tua casella, iscriviti alla mia newsletter. Ogni tanto arriva anche un piccolo esperimento da fare insieme. E se cerchi strumenti pratici e una comunità di genitori che condivide questo sguardo, ti aspetto anche nella community di S.A.L.T.A.

Dott.ssa Carlotta Pino, Terapista Occupazionale specializzata in Integrazione Sensoriale

Fonti

  • Baumeister, R. F., Bratslavsky, E., Finkenauer, C., Vohs, K. D. (2001). Bad is stronger than good. Review of General Psychology, 5(4), 323-370.
  • Vaish, A., Grossmann, T., Woodward, A. (2008). Not all emotions are created equal: the negativity bias in social-emotional development. Psychological Bulletin, 134(3), 383-403.
  • Emmons, R. A., McCullough, M. E. (2003). Counting blessings versus burdens. Journal of Personality and Social Psychology, 84(2), 377-389.
  • Fredrickson, B. L. (2001). The role of positive emotions in positive psychology: the broaden-and-build theory. American Psychologist, 56(3), 218-226.

Ti è mai capitato di chiudere una giornata piena di momenti belli e ritrovarti a pensare solo all’unica cosa o cose andate storte? Un capriccio al supermercato, una frase detta male, un compito finito in lacrime. Non sei tu ad essere pessimista. È il tuo cervello che fa esattamente il lavoro per cui è stato costruito.

Cos’è il negativity bias

Il negativity bias è la tendenza a dare più peso alle informazioni negative rispetto a quelle positive. Le notiamo prima, le ricordiamo meglio, ci influenzano di più.

Non è una mia opinione. Nel 2001 Roy Baumeister e colleghi hanno pubblicato una revisione della letteratura diventata un classico, dal titolo eloquente: Bad is stronger than good. Analizzando studi su emozioni, relazioni, apprendimento, memoria e genitorialità, hanno trovato lo stesso schema ovunque: a parità di intensità, il negativo pesa di più. C’è però un dettaglio prezioso nella loro conclusione. Il bene può comunque vincere, ma per “superiorità numerica”: servono tanti momenti positivi per bilanciarne uno negativo. Tienilo a mente perchè ci torniamo.

Succede anche ai bambini? Sì, e anche prestissimo

Da terapista occupazionale che lavora con bambini e famiglie, questa è la parte che trovo più interessante.

Secondo una revisione pubblicata su Psychological Bulletin da Vaish, Grossmann e Woodward, il negativity bias potrebbe comparire già nella seconda metà del primo anno di vita. I neonati più piccoli sembrano anzi mostrare una preferenza per il positivo: è crescendo che il cervello comincia a dare priorità ai segnali di pericolo. Lo si vede bene nel cosiddetto social referencing: davanti a qualcosa di nuovo, il bambino guarda il volto dell’adulto per capire se è sicuro. E un’espressione preoccupata tende a frenarlo molto più di quanto un sorriso lo incoraggi.

Il motivo è evolutivo. Perdere un’occasione si recupera; farsi male, spesso no. Quindi conviene ascoltare di più il segnale d’allarme.

Vedere il bello si può allenare

Se il negativo arriva da solo, il positivo va cercato. E qui la ricerca porta buone notizie.

In uno studio di Emmons e McCullough (2003), alcuni partecipanti annotavano regolarmente le cose per cui si sentivano grati, altri le seccature o eventi neutri. I gruppi “gratitudine” hanno mostrato più benessere su diverse misure, in modo più solido sull’umore positivo. Una ricerca successiva ha trovato risultati simili anche nei ragazzi più giovani.

Non è una formula magica e gli effetti sono moderati. Ma dicono una cosa importante: dove mettiamo l’attenzione cambia come stiamo.

Perché valorizzare il bello fa crescere

La psicologa Barbara Fredrickson ha proposto la teoria broaden-and-build: le emozioni negative restringono lo sguardo sul problema (utile, se c’è davvero un pericolo), mentre quelle positive lo allargano. La gioia spinge a giocare, l’interesse a esplorare, la serenità a gustarsi e integrare quello che si vive. E da queste esperienze, ripetute nel tempo, si costruiscono risorse che restano: fisiche, cognitive, sociali, emotive. Per un bambino significa una cosa molto concreta. Più momenti di gioia condivisa, più terreno fertile per esplorare, provare, sbagliare e riprovare.

Cosa possiamo fare in famiglia

Non si tratta di essere sempre positivi o di negare le difficoltà. Le emozioni difficili vanno accolte, sempre. Si tratta di dare al bello lo spazio che da solo non si prende.

Qualche idea semplice:

  • La domanda della sera. Prima di dormire: “Qual è stata la cosa più bella di oggi?”. Rispondete tutti, adulti compresi eh!
  • Nominare quello che va. “Hai aspettato il tuo turno anche quando era difficile” vale più di cento “bravo”. Descrivere quello che vediamo aiuta il bambino a vederlo a sua volta.
  • Assaporare. Quando succede qualcosa di bello, fermarsi un attimo. “Senti che profumo questa torta?” Allungare il momento lo fa sedimentare.
  • Il riassunto giusto. Se la giornata ha avuto un momento difficile, raccontarlo pure. Poi chiedersi: “E cos’altro è successo oggi?”.
  • Guardare noi per primi. I bambini imparano dove guardare seguendo il nostro sguardo, prima ancora delle nostre parole.

Ricordi la “superiorità numerica”? È proprio questo: non cancellare il negativo, ma circondarlo di tanti piccoli momenti belli, notati e condivisi.

In breve

Vedere il negativo è umano, antico e utile. Vedere il bello è una competenza, e come ogni competenza si allena, un giorno alla volta. Se vuoi ricevere riflessioni come questa direttamente nella tua casella, [iscriviti alla mia newsletter]. Ogni tanto arriva anche un piccolo esperimento da fare insieme.

Fonti

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