bambina sull'altalena per stimolo vestibolare

Bambini sempre in movimento: perché alcuni faticano a stare fermi

“Non sta fermo un secondo.” “Sembra avere un motorino al posto delle gambe.” “Gli altri bambini all’asilo stanno seduti, il mio no.” Se qualcuna di queste frasi ti suona familiare, questo articolo è per te. E la prima cosa che voglio dirti è che quasi sempre non si tratta di carattere, e neanche di una cattiva educazione ( “ai miei tempi”): dietro ai bambini sempre in movimento c’è una base neurofisiologica precisa, ed è molto più interessante di un semplice “è vivace”.

Il movimento è un bisogno

Nei primi anni di vita il sistema nervoso è in piena costruzione, e per maturare ha bisogno di esperienze: di muoversi, toccare, dondolarsi, arrampicarsi, spingere. Il movimento non è tempo perso o energia da contenere, è il modo in cui il cervello del bambino si sviluppa. Coordinazione, equilibrio, capacità di pianificare i gesti, persino la regolazione delle emozioni: tutto passa da lì.

Quindi il punto di partenza è ribaltare la domanda. Non “come faccio a farlo stare fermo”, ma “di cosa ha bisogno il suo corpo, e come glielo do nel modo giusto”.

Perché alcuni bambini ne cercano molto più di altri

Qui entra in gioco l’integrazione sensoriale. Ogni bambino ha una sua soglia: la quantità di stimolo di cui il sistema nervoso ha bisogno per sentirsi “a posto”, regolato. Alcuni bambini hanno una soglia alta, soprattutto per il movimento e per la percezione del proprio corpo nello spazio (la propriocezione e il sistema vestibolare, quello dell’equilibrio). Tradotto: a loro serve tanto input per sentirsi presenti e organizzati. E allora se lo vanno a cercare saltando, correndo, dondolandosi, buttandosi.

È il ritratto di quello che nei profili sensoriali si chiama il bambino “cercatore”: non è un bambino che disturba, è un bambino che sta nutrendo un sistema affamato di sensazioni. Quando capisci questo, cambia un pò il tutto perché smetti di combattere il movimento e cominci a incanalarlo e guidarlo.

C’è poi un secondo pezzo, altrettanto importante: la capacità di “frenarsi”, di inibire un impulso, è una funzione esecutiva che matura lentamente, negli anni. Nei bambini piccoli è ancora acerba per definizione. Chiedere a un bambino di tre anni di stare immobile a lungo è come chiedergli di correre i cento metri: il suo cervello, semplicemente, non è ancora pronto per farlo.

Stare fermi non aiuta a imparare (anzi)

C’è un mito duro a morire: che per imparare si debba stare seduti e composti. La ricerca sullo sviluppo dice il contrario. Il movimento regolare aiuta il cervello ad attivarsi e a mantenere l’attenzione più a lungo, allena coordinazione e pianificazione, e attraverso il rilascio di endorfine abbassa lo stress e l’irrequietezza. In altre parole, per molti bambini un po’ di movimento prima o durante un’attività non è una distrazione: è ciò che rende possibile la concentrazione. Questo è anche il motivo per cui reprimere continuamente il bisogno di muoversi spesso ottiene l’effetto opposto: il bambino diventa più teso, più esplosivo, più difficile da gestire.

Come aiutarlo, a casa

La strada quindi non è frenarlo è dargli canali abbondanti e “legittimi” per scaricare, così che non debba cercarli nei momenti sbagliati. Nella pratica: prevedere ogni giorno finestre di movimento intenso (saltare, arrampicarsi, spingere, tirare), usare il gioco pesante e la propriocezione che hanno un effetto organizzante e calmante, e alternare i momenti di quiete a momenti attivi invece di pretendere lunghi tratti di immobilità.

Un bambino a cui viene dato abbastanza movimento nei momenti giusti arriva molto più regolato ai momenti in cui gli si chiede calma. Non è una magia o stregoneria: bensì è dare al suo sistema nervoso quello di cui ha bisogno prima che debba pretenderlo da solo.

Quando è il caso di chiedere aiuto

Attenzione, però, a non fare l’errore opposto: non ogni bambino energico ha una difficoltà, e non tutto ciò che sembra iperattività lo è. Muoversi molto, alla loro età, è la norma. La domanda utile non è “si muove tanto?”, ma: questo gli sta complicando davvero la vita? Gli impedisce di stare con gli altri bambini, di partecipare alle attività, di dormire, di vivere serenamente la giornata? Va avanti da tempo, in più contesti, senza cambiare? Tu ti senti spesso in seria difficoltà nel gestirlo?

Se ti ritrovi in queste domande, il passo giusto non è auto-diagnosticare nulla e nemmeno etichettare tutto come “capriccioso” ma far osservare il tuo bambino da chi sa leggere che cosa c’è sotto quel movimento. È esattamente il lavoro che faccio nelle consulenze e nel percorso di integrazione sensoriale: capire il profilo di quel bambino specifico e darti strumenti su misura, in studio a Roma o, in alcuni casi, a distanza.

E se il tema che ti pesa di più è proprio quello dei comportamenti letti come “capricci”, ne parlo diffusamente nel corso basta chiamarli capricci!: perché dietro a un “capriccio” quasi sempre c’è un bisogno che non abbiamo ancora capito.

Il movimento di tuo figlio non è un problema da spegnere: è un linguaggio da imparare a leggere. E una volta che inizi a leggerlo, di solito le giornate diventano più semplici per tutti e due.

Dott.ssa Carlotta Pino – Terapista Occupazionale, specializzata in Integrazione Sensoriale

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