Quando un bambinə fatica a raggiungere le tappe motorie come tenere su la testa, stare seduto, alzarsi in piedi, camminare, i genitori si mettono in cerca di strade per aiutarlə, e spesso incontrano una sigla poco conosciuta in Italia: CME. È un metodo di riabilitazione dello sviluppo motorio affascinante e in un certo senso controintuitivo, perché usa come alleata proprio quella forza con cui tutti i bambini fanno i conti fin dal primo giorno: la gravità. Ti racconto cos’è, come funziona e per chi può avere senso con l’onestà che merita un tema così delicato.
Cos’è il CME (Cuevas Medek Exercises)
CME è l’acronimo di Cuevas Medek Exercises. “Medek”, a sua volta, sta per un’espressione spagnola che significa metodo dinamico di stimolazione cinetica. Il metodo è stato ideato e sviluppato tra il 1971 e il 1976 dal fisioterapista cileno Ramón Cuevas e da allora si è diffuso in diversi paesi come approccio alla riabilitazione motoria dei bambini con difficoltà di sviluppo.
Nato in ambito riabilitativo, oggi il CME viene appreso e praticato da diversi professionisti della riabilitazione pediatrica come fisioterapisti e terapisti occupazionali (in Italia adesso anche le terapiste della neuropsicomotricità dell’età evolutiva) formati specificamente al metodo attraverso un percorso a livelli. In Italia è ancora poco diffuso ma grazie a Bianca nel cuore l’associazione che ha sostenuto Antonio Tripodo nella sua formazione per tutti e quattro i livelli, è uno dei motivi per cui ho scelto di formarmi: perché possa arrivare a più bambini e famiglie.
Come funziona: la gravità come alleata
Qui sta l’idea geniale e semplice del metodo. Nella maggior parte di noi la gravità è una forza che diamo per scontata; per il CME è invece lo stimolo principale con cui provocare il movimento.
In pratica, il terapista sostiene il bambino nei punti più distali (caviglie, ginocchia, avambracci) del corpo sempre più lontani dal centro, quindi con un supporto via via minore e lo espone in modo controllato all’azione della gravità. Questo “chiama” nel bambino delle risposte posturali automatiche: il corpo, per non cedere alla gravità, reagisce raddrizzandosi, spingendo, stabilizzandosi. Man mano che il bambino diventa più capace, il terapista riduce il sostegno spostandolo sempre più in basso (dal bacino alle gambe, alle caviglie, ai piedi), aumentando gradualmente la sfida.
L’obiettivo non è astratto: è del tutto funzionale. Si lavora per conquistare le competenze antigravitarie che aprono l’autonomia come controllo del capo, stare seduti, stare in piedi, camminare.
Cosa rende il CME diverso da altri approcci
La caratteristica che distingue il CME da altri metodi di riabilitazione motoria è il suo punto di partenza. Il CME non lavora principalmente sui riflessi primitivi, sui pattern di movimento o sul tono muscolare: parte invece dal provocare direttamente una risposta motoria funzionale, sfruttando la gravità e riducendo progressivamente il supporto. È un approccio molto attivo e “provocatorio” nel senso buono del termine: non aspetta che il movimento emerga, lo sollecita.
Questo lo rende un tassello che, dentro un progetto riabilitativo più ampio, può integrarsi con altri approcci piuttosto che sostituirli.
Per quali bambini può essere indicato
Il CME si rivolge ai bambini con un’evoluzione motoria atipica legata a una condizione non degenerativa nota o ancora senza diagnosi che coinvolge il sistema nervoso centrale: paralisi cerebrale infantile, sindromi genetiche, esiti di spina bifida o idrocefalo, ritardi motori di varia origine.
Si può proporre a partire dal quarto mese di vita, e l’intervento precoce fa la differenza: prima si comincia, più si lavora su un sistema plastico e si prevengono complicanze secondarie. Un limite pratico esiste ed è fisico: poiché il terapista deve poter sostenere il bambino esponendolo alla gravità, le dimensioni e il peso del bambino incidono su come e quanto il metodo può essere applicato.
Una cosa va detta con chiarezza: il CME non è un percorso fai-da-te e non lo si decide leggendo un articolo. Serve una valutazione professionale che stabilisca se, come e quando abbia senso per quel bambino specifico, all’interno del suo progetto di cura complessivo.
Il ruolo dei genitori
Nel CME la famiglia non è a guardare: è parte del trattamento. Dopo un’accurata istruzione, i genitori proseguono a casa alcuni esercizi appresi con il terapista. Questa continuità quotidiana è uno degli ingredienti che rendono il metodo con un outcome efficace nella vita quotidiana ed è anche un modo per restituire ai genitori un ruolo attivo, la sensazione di poter fare qualcosa di concreto per il proprio bambino.
E il pianto? Una parola onesta
Su questo non voglio girarci intorno, perché è la domanda che molti genitori si fanno… e sapete me la sono fatta anche io! Gli esercizi CME sono impegnativi: mettono il bambino in situazioni nuove e sfidanti, e non è raro che pianga, soprattutto all’inizio. È comprensibile che questo possa mettere a disagio un genitore.
Ecco perché, per come intendo io il lavoro, il come conta quanto il cosa. Un bambino non è un corpo da allenare: è una persona in relazione. Porto nel CME lo stesso sguardo che uso nell’integrazione sensoriale e nell’approccio DIR/Floortime quindi l’attenzione ai segnali del bambino, gradualità, rispetto, cura della relazione. La sfida motoria sì, ma dentro una cornice di sicurezza affettiva. Sono convinta che l’efficacia e il rispetto del bambino non siano in contraddizione: sono, anzi, la stessa cosa fatta bene.
Come lo integro nel mio lavoro
È qui che, per me, il CME dà il meglio. Non lo uso come tecnica isolata, ma lo intreccio con l’integrazione sensoriale secondo Ayres e con l’approccio DIR/Floortime. Questo mi permette di non guardare solo al gesto motorio, ma al bambino intero: come elabora gli stimoli, come si regola, come entra in relazione, cosa lo motiva. Il movimento non vive da solo cresce insieme alla regolazione, all’emozione, al gioco.
Un onesto sguardo d’insieme, anche sull’evidenza: il CME è praticato in molti paesi: clinici e famiglie riportano progressi importanti, ma la ricerca scientifica sul metodo è ancora in costruzione, più ricca nella pratica clinica che nella letteratura. Lo dico perché credo che un professionista debba essere trasparente: il CME è uno strumento prezioso in più, dentro un percorso valutato con cura, non una promessa miracolosa.
Come capire se il CME può servire al tuo bambino
Se il tuo bambino ha una difficoltà nello sviluppo motorio e ti stai chiedendo se il CME possa aiutarlo, il passo giusto è una valutazione: osservare il suo funzionamento, capire i suoi bisogni e costruire insieme agli altri professionisti che lo seguono il percorso più adatto. Puoi scrivermi per una valutazione: ne parliamo con calma, senza scorciatoie e senza false promesse, mettendo al centro il tuo bambino.
Perché in fondo l’obiettivo non è “far fare” un movimento: è aprire a un bambino la possibilità di muoversi nel mondo con più libertà. E quella libertà, per lui e per voi, vale ogni cura.
Dott.ssa Carlotta Pino – Terapista Occupazionale, specializzata in Integrazione Sensoriale e formata al metodo CME
