Se hai già letto la mia panoramica su cos’è l’integrazione sensoriale nei bambini, sai a grandi linee di cosa parliamo. Qui voglio portarti un passo più in là: chi ha messo a fuoco la teoria dell’integrazione sensoriale, perché è diventata un riferimento, e soprattutto cosa succede concretamente durante una terapia di integrazione sensoriale — perché vista da fuori sembra “solo gioco”, e invece dietro c’è un metodo preciso.
Chi era Jean Ayres, la mente dietro la teoria dell’integrazione sensoriale
La teoria dell’integrazione sensoriale la dobbiamo a Anna Jean Ayres, terapista occupazionale e psicologa dello sviluppo, che a partire dagli anni Settanta ha studiato il modo in cui il cervello organizza le informazioni che arrivano dai sensi. La sua intuizione di fondo è semplice da dire e potente nelle conseguenze: il modo in cui elaboriamo gli stimoli sensoriali sta alla base di come ci muoviamo, impariamo e ci comportiamo. Non è un dettaglio tecnico per addetti ai lavori: è una delle fondamenta su cui poggia tutto il resto dello sviluppo.
Cosa vuol dire “integrare” i sensi
Immagina il cervello come un direttore d’orchestra. Ogni senso è uno strumento: la vista, l’udito, il tatto, ma anche quelli che non sappiamo di avere: l’equilibrio (sistema vestibolare), la percezione del proprio corpo nello spazio (propriocezione), i segnali che arrivano dall’interno del corpo (l’interocezione, l’ottavo senso).
Il lavoro del direttore è far suonare tutti questi strumenti insieme, in armonia, decidendo quali far emergere e quali tenere sullo sfondo. Quando l’orchestra suona bene non te ne accorgi nemmeno: il bambino si veste, mangia, gioca, sta tra gli altri senza intoppi. È quando qualche strumento stona troppo forte, troppo debole, fuori tempo che cominciano le difficoltà.
Quando l’integrazione sensoriale non è fluida
Prova a immaginare un mondo in cui i suoni arrivano sempre a volume altissimo, le luci abbagliano, il contatto fisico è quasi insopportabile e il movimento ti dà la nausea. Per alcuni bambini è così che si presenta la giornata, perché il loro sistema nervoso fatica a registrare, modulare e organizzare gli stimoli in modo equilibrato.
Le conseguenze si vedono nella vita di tutti i giorni: nelle autonomie, nelle relazioni con gli altri bambini, nell’apprendimento. E spesso si vedono sotto forma di comportamenti che vengono fraintesi, il bambino “capriccioso”, quello “che non sta mai fermo”, quello “difficile”, quando in realtà stanno tutti facendo del loro meglio con un cervello che gestisce il mondo in modo diverso.
Come funziona la terapia di integrazione sensoriale (e perché sembra solo gioco)
Qui arriviamo al punto che interessa di più ai genitori. La terapia di integrazione sensoriale secondo il modello di Ayres si svolge in un ambiente attrezzato e ludico: altalene, percorsi, materiali di ogni consistenza, spazi per arrampicarsi e spingere. A guardarla da fuori sembra un parco giochi, e il bambino sembra “solo” divertirsi.
In realtà ogni proposta è calibrata. L’idea è offrire al sistema nervoso, dentro una relazione di fiducia e nel rispetto dei tempi del bambino, esattamente le esperienze sensoriali di cui ha bisogno per organizzarsi meglio nella dose giusta, né troppo né troppo poco, sfidando i suoi sensi in modo graduale e sicuro. Non si “corregge” il bambino: si dà al suo cervello l’occasione di fare pratica nel modo corretto. Il gioco non è la cornice, è lo strumento. E proprio perché è su misura, non esiste la ricetta universale: quello che funziona per un bambino può essere controproducente per un altro.
Come capire se la terapia di integrazione sensoriale può servire al tuo bambino
Questa è la domanda giusta, e non si risponde con un quiz online o leggendo una lista di sintomi. Quasi tutti i bambini, a un certo punto, evitano certe consistenze, si dondolano o sono iper-energici: fa parte dello sviluppo. La domanda da farsi è un’altra: questa cosa gli sta complicando davvero la vita? Gli rende faticoso vestirsi, mangiare, dormire, stare con gli altri? Va avanti da tempo senza cambiare?
Se ti ritrovi in queste domande, il passo utile non è auto-diagnosticare nulla, ma far guardare il tuo bambino da chi sa leggere l’insieme. È esattamente il lavoro che faccio nelle consulenze: osservare quel bambino specifico, nella sua situazione, e capire insieme a te se e come l’integrazione sensoriale può aiutarlo.
La teoria dell’integrazione sensoriale non è solo un approccio terapeutico: è una lente per capire tuo figlio. E una volta che inizi a guardarlo con questa lente, di solito cambia parecchio per lui e per te.
Dott.ssa Carlotta Pino, Terapista Occupazionale, specializzata in Integrazione Sensoriale
